Quando pensiamo alle migrazioni dobbiamo tener conto della cultura d’origine della persona e del modo in cui essa influenza le problematiche che l’individuo potrebbe incontrare nel raggiungimento del proprio benessere. L’Islam tradizionale dei Paesi arabi ha una forte influenza sulle cure proposte per mantenere la salute mentale dell’individuo. Sebbene queste credenze siano solitamente circoscritte ai musulmani arabi e non influenzino pesantemente i musulmani non arabi, esse hanno un impatto sull’idea di raggiungimento del benessere della persona araba musulmana praticante. Queste concezioni sono, inoltre, spesso presenti tra persone arabe musulmane ma sono affievolite tra gli individui appartenenti alle seconde generazioni.

Nella concezione arabo-musulmana della salute mentale troviamo sia credenze legate al folklore mediorientale che idee legate all’inevitabilità del destino.

Il folklore arabo narra dell’esistenza dei jinn, creature soprannaturali che puniscono gli uomini che causano loro danni, sia intenzionalmente che non. I jinn sono temuti, spesso descritti come malefici e vendicativi. Alcune correnti dell’Islam come la salafiya e l’Islam wahhabita, dottrine fortemente conservatrici e basate sull’interpretazione letterale dei testi coranici, ritengono spesso la possessione demoniaca causata dai jinn come causa delle malattie mentali. La salute psicologica dell’individuo non è più quindi legata a terapie quali la psicanalisi o l’assunzione di farmaci, ma alla liberazione dalla possessione. L’esorcismo, chiamato ruqyah, è praticato da terapisti che recitano specifici versetti del Corano in presenza del paziente. Sintomi della possessione possono essere sia malattie mentali gravi ed evidenti che emicranie, depressione e aggressività.

Vi sono però anche altre soluzioni adottate dai musulmani praticanti che non seguono correnti quali la salafiya.
Spesso, i musulmani arabi che si trovano in situazioni che stanno danneggiando la propria salute mentale, quali la difficoltà di inserimento e successo nel processo migratorio o lo shock culturale, si appoggiano ad alcuni versetti coranici specifici. Tra i più noti vi è “Dio impone ad ogni anima secondo la di lei capacità: ad essa ciò che ha meritato, e contro di essa ciò che ha meritato” (Surah al-Baqarah:286), spesso citata solo nella sua parte iniziale. L’idea diffusa è quella che la nostra mente sia in grado di reggere qualsiasi situazione di stress con la quale veniamo in contatto essendo questa stata già soppesata a livello divino.
Nella stessa surah troviamo il versetto “Credenti, cercate aiuto nella pazienza e nella preghiera. Si, Dio è con i pazienti” (Surah al-Baqarah:153) concetto, quello di sabr (pazienza), che viene ripetuto spesso nel Corano.
Emerge dunque l’idea della preghiera e della sopportazione come risposta alle situazioni che mettono a rischio la salute mentale e il benessere dell’individuo. Le letture tradizionali e tradizionaliste della religione islamica riflettono questa concezione consigliando preghiere e suppliche specifiche che porterebbero all’alleviamento della situazione di stress, sconforto o tristezza.

Vengono così a crearsi situazioni in cui la persona migrante, colpita dalle fragilità tipiche legate al processo migratorio, non vede altra soluzione se non quella di cercare aiuto nella preghiera e nella meditazione, senza rivolgersi a professionisti della salute mentale.
Queste soluzioni, accompagnate al senso di peccato legato a ritardi nella preghiera, difficoltà ad essere attivi e alla concezione profondamente negativa riguardo a suicidio e pensieri suicidi, possono causare una situazione di staticità del basso livello di salute mentale o approfondire la gravità di patologie esistenti.

La traduzione del Corano utilizzata nel testo è quella italiana ad opera di Gabriele Mandel.

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